mercoledì 5 aprile 2017

I 2Cellos in concerto con i bimbi




Il nostro bimbo numero 1, ormai undicenne, ha iniziato ad appassionarsi al violoncello qualche anno fa, ed è uno strumento insolito per un bambino: tutti ci chiedono come mai questa passione così particolare. In famiglia abbiamo pianisti e chitarristi, nonché un bisnonno costruttore di fisarmoniche, ma nessuno che suonasse il violoncello. E’ vero che una cuginetta suona il violino da tempo, ma è anche vero che vive molto lontana e non ha avuto modo di essere contagiato da questa passione. Che lei ha coltivato per anni, anche grazie al fatto che la scuola offre lo studio di strumenti diversi fin dalla primaria. Invece qui la passione è nata grazie ai 2Cellos e al loro modo straordinario di suonare questo strumento antico, rendendolo attualissimo e fruibile da tutti, anche da chi non è particolarmente interessato alla musica classica.
I primi video che abbiamo visto dei 2Cellos sono stati non solo illuminanti dal punto di vista delle possibilità straordinarie che il violoncello offre, e sono anche molto divertenti, ricordo in particolare questo video, e rendono chiaro che il violoncello non è solo uno strumento per performance di musica classica, bensì anche uno strumento moderno e duttile, adatto a musica come il rock. I 2Cellos hanno saputo svecchiare e rendere interessante anche per dei bambini e dei ragazzi giovani e giovanissimi uno strumento antico e bellissimo.

venerdì 27 gennaio 2017

A Venezia con i bambini

Siamo di recente stati a Venezia con i bambini, una scelta strategica quella del mese di Gennaio: molto freddo, subito dopo le festività Natalizie e di fine anno che sicuramente portano molti turisti nella meravigliosa città lagunare, e prima dell'inizio delle celebrazioni del Carnevale, che portano ancora più gente.
Perché il Carnevale lì non si risolve in un weekend o un martedì grasso, si protrae per diverse settimane, con maschere che girano per la città, per poi culminare nelle celebrazioni del martedì.

Abbiamo anche avuto fortuna: giornate freddissime, ma splendide, con un cielo blu da sogno e un sole incredibile, che non ha riscaldato per nulla, ma ci ha regalato colori vivaci, bagliori e baluginii dell'oro dei mosaici, e foto indimenticabili. Nonostante siano state fatte con lo smartphone, perché la cara, vecchia, adorata Canon ci ha abbandonati.

Abbiamo deciso di raggiungere Venezia in treno: prima di tutto, perché è la cosa più logica da fare, non essendo una città dove ci si possa muovere in auto, anzi, costituendo quest'ultima un impiccio di cui preoccuparsi; in secondo luogo per far provare ai bambini l'ebbrezza del treno ad alta velocità, anche se, fra Milano e Venezia, non è che raggiunga punte mirabolanti, dato che fa numerose fermate.

Una scelta che ripetiamo ogni volta che ci rechiamo nella laguna, e di cui non abbiamo mai avuto di che pentirci, nonostante i ritardi accumulati anche dai FrecciaRossa spesso e volentieri, e nonostante ciò significhi, per noi, levatacce all'alba, camminate, treni in coincidenza, ecc.

Venezia, Canal Grande
Venezia ci ha accolti in vaporetto: nonostante esso sia carissimo per la singola corsa (7,50€ qualunque sia la destinazione), e nonostante il biglietto per 48 ore sia un salasso (120€ in 4, bambini inclusi), abbiamo optato per il 48 ore, perché avevamo intenzione di far visitare anche Murano e, soprattutto, Burano, ai bambini, e di far loro provare anche il vaporetto, quindi conveniva decisamente la scelta del biglietto per due giorni.

lunedì 19 dicembre 2016

L'incanto del profumo di bergamotti e del caldo sole mediterraneo in inverno



Il profumo di agrumi rallegra da sempre le fredde e talvolta buie giornate dell'inverno settentrionale.

Da amante dell’inverno, e degli agrumi, apprezzo moltissimo il loro aroma, il loro aprirsi rivelando spicchi di sole mediterraneo in momenti in cui di quel sole non rimane che un pallido ricordo. Come oggi, con una giornata grigia e che promette neve. Anche quelli rari, come i chinotti e i bergamotti. 

Trovarli in luoghi nascosti, o imprevisti, annusarne il profumo e assaggiarli, è come compiere un viaggio attraverso non solo nello spazio, ma anche nel tempo e nella storia, passando per i giardini delle ville medicee, con le loro collezioni di agrumi rari; per le piccole coltivazioni di chinotti nei dintorni di Savona, per giungere fino alle terrazze di limoni a Amalfi, che oggi rischiano di scomparire, ma non dimenticando le limonaie del Lago di Garda, dove i preziosi alberi vengono racchiusi in serre individuali per proteggerli dai rigori dell'inverno. 

Il diffondersi di limoni, arance amare, bionde e rosse, cedri e bergamotti nella storia si rispecchia nella vita quotidiana, nella cultura e nella gastronomia italiani. Il dolcissimo odore di zagara invade le calde giornate siciliane, per poi trasformarsi nell’aroma di succulente arance in inverno, e in quel profumo di agrumi che tanto ricorda i Natali dell’infanzia. Le bucce d’arancia messe a seccare sui caloriferi....chi non le ricorda?
Di recente ho trovato dei favolosi bergamotti dalla Calabria: quei frutti rari che vengono anche chiamati l’oro verde, poiché sono gli agrumi più preziosi al mondo. La loro origine è atipica: sono nati, infatti, da un’impollinazione incrociata di un albero di limone e uno di arancia amara avvenuta in modo inspiegabile in Calabria verso la metà del diciassettesimo secolo. Prima di allora i bergamotti non esistevano. 
L’albero di bergamotto cresce rigoglioso solo in una stretta striscia di terra di circa settantacinque chilometri, da Villa San Giovanni, sulla costa tirrenica, a Brancaleone, sul mar Ionio. In questa zona gli alberi di bergamotto producono frutti senza uguali, grazie alle condizioni estreme del tempo, che garantiscono la ricchezza di contenuto di pregiatissimo olio essenziale. I bergamotti sono un po’ gli alternativi fra gli agrumi, i diversi del gruppo: degli spiriti liberi, un po’ hippy. Crescono spensierati, disordinati e in maniera interamente biologica. L’olio essenziale che si sviluppa e viene immagazzinato nei pori appena al di sotto della superficie della scorza rende il bergamotto un frutto tanto prezioso da meritarsi il paragone con l’oro, oro verde, appunto. L’olio essenziale che se ne ricava, e che viene usato come agente di fissaggio nel settore dei profumi, li ha resi famosi e ricercati in tutto il mondo. Fu un profumiere italiano, Giovanni Maria Farina, che ha perfezionato l’arte della distillazione in Germania nel XVIII secolo, a creare la famosissima Eau de Cologne, e così descriveva il suo nuovo profumo a base di bergamotto: “il profumo di un mattino di primavera in Italia, di un narciso di montagna e dei fiori di agrumi dopo la pioggia.”

Non bastasse l’industria profumiera, il bergamotto è ricercato anche dall'industria raffinata del tè, per l'aroma inconfondibile che dona a ogni tazza di Earl Grey, una miscela di tè neri cinesi, olio e scorza di bergamotto.
Ma che cosa ne ho fatto dei miei (pochi) bergamotti? E’ quasi Natale....ho fatto la marmellata, per le nostre colazioni e merende, ma anche i canditi. So già, per averli già fatti in passato, che i canditi di bergamotto vengono molto amari, ma ci servono i canditi per il nostro panettone artigianale, quindi ne ho fatti anche di bergamotto. E ora farò quelli di arancia.
Ovviamente, se avete intenzione di utilizzarne le scorze (ma anche se non lo fate) è bene assicurarsi che le stesse siano edibili, ovvero si possano mangiare: se sono bio è ancora meglio. Ma, soprattutto,assicuratevi, se li comprate in un supermercato e non sono bio, che non riportino le scritte che, dichiarando che le bucce sono trattate con certe sostanze, non sono edibili, In quel caso non usatele!
Come forse ormai saprete, a noi le marmellate e le confetture piacciono con poco zucchero e cotte brevemente, per evitare che caramelli lo zucchero o che perdano il vero sapore della frutta. Perciò utilizzo il Fruttapec 3:1. E così ho fatto anche questa volta, utilizzando solo 350 gr. Di zucchero per 1kg di frutta.

Marmellata di Bergamotto 

Ingredienti:

1 kg bergamotti già sbucciati e spellati al vivo
350 gr. zucchero
1 busta fruttapec 3:1

Preparazione:
Se volete evitare l'amaro tipico, mettete a bgno per un paio di giorni, cambiando spesso l'acqua, i bergamotti interi.
Dopodichè sbucciateli al vivo,, ovvero togliendo anche la pellicina bianca e pesateli.
Sminuzzateli e metteteli in una capiente pentola, aggiungete lo zucchero e il fruttapec, portate a bollore e lasciate sobbollire per massimo 5 minuti.
invasate in vasetti ben sterilizzati, chiudete e capovolgete per 15 minuti, poi rimettete i vasetti dritti.
E buone colazioni! 

Per le scorze candite seguite il procedimento che avevo descritto qui.

martedì 6 dicembre 2016

La notte dei Krampus

Fra il 5 e il 6 dicembre, insieme a San Nicola o Santa Claus, arrivano i krampus in molte regioni germanofone.

Lo scorso anno, con i bimbi, siamo stati in Alto Adige e abbiamo incontrato i Krampus!

L'ho raccontato in questo articolo:
http://dossiercultura.it/storia/krampus-i-diavoli-del-natale.html

Buona lettura

mercoledì 30 novembre 2016

Il Calendario dell'Avvento 2016: Calendario della Gentilezza

Stavo meditando sul calendario dell'Avvento: che cosa metterci dentro, come farlo.

Abbiamo un bel calendario dell'avvento fatto di tanti piccoli coni che si possono appendere al loro filo o in giro per casa: coni di lana cotta rossi, con i numeri verdi incollati sopra, sempre in lana cotta. Sono piccini, giusto lo spazio per una cosa piccola.
Ogni anno ci ingegniamo per riempirli con cose significative, anche regalini, ma niente di opulento o di esagerato.
Ci sono astate monetine, piccoli oggetti di cancelleria, qualche giochino buoni per momenti speciali con mamma e papà o con uno dei due in particolare.
Forse anche quest'anno ci metteremo qualche buono e qualche monetina, ma volevo anche qualcosa di non tipico, che non fossero insomma cioccolatini, caramelle, oggetti.

E finalmente mi è venuta l'illuminazione: un calendario dell'Avvento della gentilezza.

E ho scritto dei piccoli foglietti da inserirvi, legati da un bel laccetto. Vi metto i file a disposizione, se volete utilizzarli.




E Buon Avvento!

martedì 16 agosto 2016

Abbiamo visitato la meravigliosa e stupefacente mostra su Escher a Palazzo Reale a Milano

Maurits Cornelis Escher, Vincolo d’unione Aprile 1956, Litografia, 25,3x33,9 cm Collezione Giudiceandrea Federico All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company. All rights reserved www.mcescher.com

Siamo stati, i bimbi ed io, a visitare la mostra su Escher a Milano, al Palazzo Reale. In realtà la stessa mostra l'avevo vista circa un anno fa, a Bologna, dove mi ero recata per un convegno, e, approfittando dell'essere arrivata il pomeriggio prima, avevo colto l'occasione di girare a piedi per la bellissima città emiliana e per vedere questa meravigliosa mostra.

Proprio perchè l'avevo già vista, e conoscendo le opere del maestro olandese, pensavo che i bimbi sarebbero rimasti affascinati, colpiti dalle sue architetture impossibili, e così è stato.

La mostra è strutturata secondo una formula innovativa: riunisce in sè tre approcci tipici delle mostre: è contemporaneamente una rassegna di opere, e in quanto tale racconta il percorso creativo dell’artista, il suo sviluppo artistico a contatto con un’epoca in continua evoluzione; ma è anche una rassegna iconologica e iconografica, che documenta lo sviluppo di un’immagine, del rapporto fra un’opera precedente e una seguente, dello sviluppo continuo delle teorie e dei teoremi matematici ai quali Escher si richiama continuamente per la riflessione sulle sue incisioni, e delle tracce che di essi si trovano prima in un’opera per poi venire poi sviluppati ulteriormente in quella seguente, fino a pervenire al capolavoro assoluto, Metamorfosi, che riunisce tutti i passaggi in sè, tutto il percorso di idee e il loro trasformarsi in immagine nel corso degli anni di vita e lavoro di Escher. Infine, è anche una mostra di tipo biografico, che vede come protagonista l’artista e i suoi riferimenti storici, artistici e matematici.

Si tratta, dunque, di una mostra complessa, come complesso è l’insieme di problematiche presentate dal genio creativo di Escher. Ma questa complessità e questa atipicità della mostra non appartengono ai bambini, ai queli sono riservate anche delle audioguide ad hoc, con un percorso studiato per loro. Posto che, comunque, ognuno si soffermerà sull'opera che più lo affascina o che lo fa sognare. 

 
Le opere visibili al pubblico fanno parte di un’unica collezione, quella di Federico Giudiceandrea, studioso e appassionato di Escher, che è riuscito a trasformare la passione adolescenziale per questo genio creativo in una vera e incredibilmente ricca collezione di incisioni, affiancate da quelle di altri artisti con un percorso simile, come Piranesi con il suo Arco gotico, vera e propria architettura impossibile, e Luca Patella, che, partendo dall’insegnamento Duchamp, ha creato oggetti vicini alla creatività di Escher: in mostra The Wrong and the Right Bed. E chi non vorrebbe che i suoi sogni di bambino, che siano legati a un artista o al volo nello spazio o ad altre fantasie, si realizzassero? fortunato, e bravo, il collezionista!

Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è sicuramente adatto anche ai più piccoli, perchè è un artista in grado di affascinare tutti, grandi e piccini, con le sue aberrazioni e costruzioni impossibili.
La mostra si apre con una prima sezione, La formazione: l’Italia e l’Art Nuveau. Ancora studente, Escher è affascinato dalla tassellazione delle opere Liberty, ma è anche molto influenzato dal paesaggio italiano, Paese dove vive a più riprese fra il 1921 e il 1935, e dove intesse rapporti con l’avanguardia futurista di Roma, con i suoi richiami ai simbolisti e ai divisionisti, condividendo molti viaggi con l’incisore svizzero Triverio, viaggi durante i quali produsse moltissime opere.
Molte opere presenti in questa sezione sono dedicate proprio al paesaggio italiano e allo studio dei multipli in essi presenti sotto forma di rocce con strutture particolari, ad esempio, o di elementi naturali di altro tipo. 
Diciamo che dal punto di vista del bambino, è una parte interessante, ma non particolarmente eccitante, non avendosi ancora traccia di quelle strane scale, di quelle trasformazioni fantasiose e incredibili che avvengono in quadri più tardi.
 
Alla fine del 1930 Escher torna a casa depresso e con un certo senso di sconfitta dai viaggi nell’Italia meridionale: non era riuscito a vendere le sue incisioni e soffriva sia fisicamente, sia economicamente. Metteva in dubbio le proprie capacità e si chiedeva se avrebbe dovuto continuare il proprio percorso come artista o se avrebbe piuttosto dovuto dedicarsi ad altra professione.  Ma lo storico dell’arte G.J. Hoogewerff, allora direttore dell'Istituto olandese di cultura di Roma, gli suggerì di comporre un Emblemata, un insieme di massime a sfondo morale che riprendono, da un lato, la tradizione dei proverbi fiamminghi e, dall'altro, quello dei motti latini del 1531 di Andrea Albiate ad Augusta in Germania, il Liber Emblematum, nel quale i motti in latino erano accostati a immagini. Ne venne fuori un insieme di epigrammi con motti latini di quattro righe illustrati da incisioni. Lo studioso, sotto lo pseudonimo di A.E. Drijfhout,  fornì molti degli epigrammi. Sotto il proprio nome, invece, fece profondi apprezzamenti in un articolo che scrisse per fornire a Escher l’incoraggiamento necessario a proseguire con il proprio lavoro artistico. Gli emblemata della collezione sono molti e sono tutti in mostra a Palazzo Reale: si tratta di incisioni in bianco e nero, per le quali Escher usò in realtà il solo inchiostro nero, creando l’illusione del grigio tramite il variare la larghezza e la vicinanza delle linee bianche, e creando stupende ombre e luci, come nel Dado e nella Candela. Alcune delle incisioni riportano motivi che verranno poi ripresi da Escher in creazioni future, e sono spesso motivi che, attraverso la scelta delle immagini stesse o delle parole, come nel Vaso di Fiori, smentiscono i motti latini riportati. In alcuni sono molto evidenti le relazioni con Balla e con il Futurismo: basta confrontare la mano del Violinista di Balla e Acciarino o Pietra Focaia di Escher, che è il decimo Emblemata, presente in mostra.
Pochi anni dopo, nel 1936, Escher visitò l’Alhambra, a Cordova, e quella visita rinnovò in lui l’interesse per la tassellatura, già manifestato ampiamente a seguito della sua formazione art nuveau, come testimoniato dalla presenza alla mostra di Flächenschmuck di Koloman Moser (1868 - 1918) pubblicata nel 1902, sorta di prontuario delle arti applicate, punto di riferimento per il movimento Art Nuveau europeo. Escher studiò con meticolosità le decorazioni moresche che caratterizzano lo straordinario edificio spagnolo.
Sempre attento agli stimoli culturali e visivi dell'epoca, Escher non si lascia sfuggire le suggestioni che provengono dalla conoscenze dell'arte incisoria giapponese: un'arte ormai nota all'Europa fin dalla metà del diciannovesimo, ma in terra olandese già dal seicento, epoca in cui i Paesi Bassi erano la sola nazione che aveva accesso ai commerci con il Giappone. E in mostra è presente anche uno straordinario quadro del maestro Hokusai, Koshu Kajikazawa
In mostra ci sono anche due vasi, che rappresentano la Legge del Pieno e del Vuoto, e il vaso di Rubin: un caso particolare del rapporto fra pieno e vuoto, dal momento che primo sguardo il vaso è un vaso concreto, ma il vuoto ai lati si configura come la presenza di due profili umani, che sono a loro volta il pieno se si considera vuoto il vaso, come accade nei Vasi fisiognomici di Luca Patella. E c’è la possibilità di utilizzare piccoli vasi magnetici per riprodurre questo fenomeno e capirlo meglio, ad altezza adulto e bambino.
E qui c'è una prima tappa che possiamo considerare interattiva, nella quel i bambini si divertono a capire se il nero o il bianco sono viso o vaso, giocano con i magneti, li spostano, possono entrare nell'opera d'arte, in un certo senso.
 
Attraverso tutto il percorso espositivo vi sono delle "stazioni" nelle quali poter sperimentare alcune delle leggi matematiche che si vedono ritratte nei quadri di Escher, e dove poter scattare fotografie che riproducono il visitatore come se si trovasse all'interno del quadro stesso: si entra in una stanza dove volano gabbiani e i riflessi negli specchi sono mille e sembra di entrare nella camera degli specchi o nel labirinto degli specchi di certe giostre.
La terza sezione si concentra sulle superfici riflettenti e sulla struttura dello spazio: Escher è da sempre affascinato dalle superfici riflettenti e il suo primo autoritratto su specchi curvi risale al 1921. Utilizzando una sfera per riflettere i raggi che provengono da tutte le direzioni, si rappresenta tutto lo spazio intorno a sè e gli occhi dell’osservatore sono sempre al centro: la sensazione è quella dell’io al centro del mondo. Così, l’Io è, lo scrive lo stesso Escher, il protagonista indiscusso al centro del mondo che gli gravita intorno. In questa sezione la tassellatura viene a rappresentare figure piane e solide, in una varietà compositiva variegata, senza lasciare vuoti, come in Profondità del 1955, dove la tassellatura riprende la struttura degli atomi del ferro, riprendendo la passione di Escher per metalli e cristalli e per le leggi di organizzazione molecolare dello spazio. E anche questa è una sensazione che si può sperimentare, questa volta nel cortile d'ingresso del Palazzo Reale, dove ci si riflette in una sfera sostenuta da una mano e ci si può fotografare come si ritrasse Escher.
Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente, 1935, Litografia, 31,1x21,3 cm Fondazione M.C. Escher All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company The Netherlands. All rights reserved www.mcescher.com


L’opera Tre sfere I, del settembre 1945, invece, mostra ai bambini, ma anche ai grandi, la straordinaria abilità di Escher quale incisore: bisogna infatti tenere presente che l’incisione è il risultato a rovescio dell’opera dell’artista: il bianco corrisponde ai solchi incisi sulla matrice di legno, il nero a ciò che non viene inciso. Escher non lavora più solamente sulla suddivisione dello spazio in modi continui, ma anche con i paradossi geometrici: dal foglio allo spazio, si ha l’impressione che le sfere buchino il quadro, diventando tridimensionali. E' un effetto che anche i bambini riescono ad apprezzare bene.
La grafica acquisisce una plasticità tridimensionale. Ma non si accontenta nemmeno di questo, va anche alla ricerca di quei paradossi rappresentati dagli oggetti impossibili: costruzioni a prima vista del tutto verosimili, ma in realtà  irrealizzabili. Un esempio molto noto è quello delle Mani Che Disegnano, del gennaio 1948, ma anche Su e Giù, del luglio 1947, e Relatività, del luglio 1953.
Maurits Cornelis Escher, Convesso e concavo, Marzo 1955, Litografia, 27,5x33,5 cm Collezione Giudiceandrea Federico All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company. All rights reserved www.mcescher.com



Sono certamente questi i quadri che più appassionano la maggior parte dei bambini, perchè seguono le scale che non scendono e non salgono, le colonne che sembrano normali ma che non finiscono, insomma una serie di cose impossibili che, come tali, hanno il loro fascino.
 
La quarta sezione che attende il visitatore, è Metamorfosi, che prende il nome dall’opera Metamorfosi, uno dei capolavori assoluti nella sua produzione.
L’opera mostra una serie infinita di trasformazioni basate su diversi tipi di tassellature e assonanze logiche e formali che si concludono con la veduta di Atrani, il paesino della scogliera amalfitana, caro all’artista, che vi aveva trascorso il suo viaggio di nozze. Escher aveva ritratto Atrani nel 1931. 
L’ultima sezione, la quinta, è dedicata ai paradossi geometrici spostando il piano dal foglio allo spazio, per ricordare che Escher, oltre che artista, è stato anche studioso delle scienze matematiche e geometriche. 
Lo straordinario quadro Galleria di stampe, del (1956), rappresenta una raffinata versione dell’artificio “dell’immagine nell’immagine” detto anche Effetto Droste (nome che deriva dalla scatola del famoso cacao olandese) che ha attirato gli scienziati in un dibattito protrattosi per quarantasette anni, senza che si riuscisse a risolvere un problema che pareva insolubile per la sua complessità enigmatica e per il mistero sul quale la stessa opera di Escher cercava di far chiarezza.
Per capire la complessità dell’opera, e la difficoltà di risoluzione matematica dell’effetto finale, per il quale l’opera rimase incompleta, a causa della difficoltà di farla congiungere al centro, nel quale a quel punto Escher lasciò uno spazio vuoto riempiendolo con la propria firma, si pensi che il “mistero” fu risolto solo nel 2003, quando due matematici, H. Lenstra e B. DE Smit dell'Università di Leida sono riusciti a chiudere il quadro. Una rappresentazione di come avrebbe dovuto essere chiuso è riportato in Trasformazione Conforme Gestaltheorie.
E qui la sorpresa di poter diventare, grazie a un video, parte dell'immagine che muta e si chiude, in una stanzetta apposita.

L'ultima sezione si dedica alle citazioni dell’arte di Escher, come le sue scale impossibili: spezzoni di episodi animati di Mickey Mouse, nell'Apprendista Stregone, e poi dei Simpson, video di pubblicità, come quella dell’Audi del 2007 basata su stampe famose come Cascata, presenti in mostra.
Spezzoni del film fantastico Labyrinth del 1986 con David Bowie, prodotto da George Lucas, in cui si vede una scena costruita sull’immagine di Case di scale. Infine, la collaborazione con Studio lungo il percorso della mostra si trova una stanza quadrata nella quale scorrono, a diverse altezze, quattro rampe di scale. Un’installazione poetica che suggeriscce l’opera Relatività del maestro olandese, dove un universo profondo affonda sotto i piedi del visitatore. Tra le scale compaiono piccoli animali, sfuggiti alle metamorfosi escheriane, permettono, ancora una volta, di sentirsi al centro di un'opera del maestro.

Una visita che ha entusiasmato, e stancato, le due iene non più tanto piccole, eprch+ si tratta comunque di una visita piuttosto lunga.
Un'sperienza da raccomandare, comunque.

venerdì 1 luglio 2016

Mirò, la forza della materia al MUDEC di Milano con i bambini

Joan Miró Donna , 1938 Matita colorata, pastello, inchiostro di china e guazzo su carta, cm 41 x 33 Collezione privata © Successió Miró by SIAE 2016

Come forse saprete, il MUDEC, il Museo delle Culture di Milano, la cui meravigliosa collezione è visitabile gratuitamente, ospita anche mostre temporanee e laboratori dedicati ai bambini.

Noi non siamo ancora riusciti a partecipare a dei laboratori per bambini, un po' per pigrizia nell'organizzarsi per tempo e prenotare, un po' perchè sono in giorni e orari che a noi interessano poco, ma sono sicura che sarebbe un'esperienza meravigliosa.

Ma siamo recentemente stati a visitare la grande mostra dedicata a Mirò, un artista che sicuramente può piacere ai bambini per i suoi colori forti i suoi tratti alle volte infantili, legati al primitivismo, e la sua "stranezza".

Al MUDEC, per la mostra Mirò, la forza della materia, sono in mostra oltre cento opere, fra quadri e sculture.
Sono esposte in un percorso cronologico che ripercorre le tappe e l’evolversi dell’arte di Joan Mirò, con lavori della Fundaciò Joan Mirò Mirò, della collezione di famiglia dell’artista ma anche da altri prestatori europei pubblici e privati.
 
Il visitatore, all’ingresso della prima sala,  è accolto dalle note di Duke Ellington, Blues for Joan Mirò, un brano improvvisato durante una visita alla Fondation Maeght, visita nel corso della quale il musicista ebbe modo di conoscere l’artista.

L’obiettivo primario della mostra è quello di mettere in rilievo il processo di semplificazione della realtà, un processo che riportava all’arte primitiva, punto di riferimento per l’impostazione di un vocabolario di simboli originale, ma anche come strumento per raggiungere una nuova percezione della cultura materiale.

E il percorso espositivo riesce nel suo intento, anche quello di coinvolgere visitatori giovani e meno giovani, sia con l’ampia offerta di opere, sia con il percorso che illustra in odo chiaro sia la vita che l’opera dell’artista, nonchè l’intento della mostra stessa; sia con le audioguide, divise fra adulti e bambini, che vengono così guidati in modo personalizzato attraverso il mondo della materia dell’artista, con un kids’ tour, un percorso all’interno della mostra specificamente dedicato a loro, guidati da un filo, amico di Mirò.

Nei primi anni di attività artistica, Mirò, lasciandosi influenzare dagli amici poeti che si lasciavano suggestionare da parole scelte a caso, aborre la pittura come tradizionalmente concepita e sperimenta, a partire dagli anni Venti del Novecento, materiali eterodossi e insoliti, procedimenti innovativi, infrange volutamente le leggi prestabilite per raggiungere le fonti più pure dell’arte, in un processo di “assassinio della pittura”, come lui stesso proclama nel 1931, fino alla fine degli anni Quaranta. Anni che lo vedono trasferirsi prima in Francia, a causa della guerra civile spagnola, e poi tornare in Spagna, a palma di Maiorca, nel tentativo di sfuggire ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, insomma una fuga dalla violenza che incombe sull’Europa di quegli anni.
Mirò si dichiara affascinato da sempre dal pensiero, dall'arte e dalla cultura dell'estremo oriente: fin da giovane si interessa al ukiyo-e nipponici e rimane impressionato dal modo di reagire dei giapponesi davanti a una goccia d'acqua, a un sassolino, una manciata di sabbia, cose che sembrano non avete importanza. 


Il dipinto di olio su tela del 1962 in formato allungato e verticale ricorda i kakémono, dipinto o calligrafie da apprendere alle pareti dei locali in cui si svolge la cerimonia del tè.


Joan Miró Dipinto , 1962 Olio su stoffa, cm 229 x 67 Collezione privata © Successió Miró by SIAE 2016
In via del tutto generale, si può dire che Mirò usa il disegno per dare una rappresentazione dei protagonisti dei suoi lavori: spesso predomina il disegno in nero, talvolta la sottile linea grafica, sempre nera, definisce le sue donne, gli uccelli, le stelle, figure che si trovano quasi sempre nelle sue opere. In alcuni lavori, tuttavia, in netto contrasto con il segno grafico nero, la funzione rappresentativa è data dal colore, pur non rinunciando all’efficacia rappresentativa del tratto, spesso per delineare i contorni della figura, sottile sullo sfondo e negli spazi interni. Ciononostante, Mirò non rivela mai le fattezze delle sue figure, femminili e non, non crea riferimenti alla fisionomia, nè alle espressioni del viso. Abolisce il ritratto completamente, per affermare lo schema.
La pittura di Mirò è poesia, e con la poesia di fonde: parole e frasi poetiche tracciate sottilmente in nero nei suoi quadri, ma anche il colore usato come fosse poesia, tanto che Mirò stesso scrive: "È la materia che governa il tutto.  Sono contrario a qualsiasi ricerca intellettuale premeditato e morta.  Il pittore lascia come il poeta: prima viene la parola, poi il pensiero. "
Spesso Mirò ha prodotto serie di dipinti connessi fra loro, per affrontare questioni pittoriche, formulare e riformulare un problema o un’intuizione, e ottenere una pluralità di risultati, diversi ma simili, connessi fra loro. E la connessione sta spesso nelle forme, nei segni tracciati, o nei colori, ma anche nella materia, nei supporti utilizzati, come le tavole di legno, o le assi di legno coperte da carta catramata. In molti casi Mirò stesso afferma che si lascia guidare dal nero, che è il primo colore che stende, seguito dal resto, che “gli viene suggerito dai neri”.
L’importanza della materia nell’opera di Mirò fa sì che incominci a interessarsi ad altre forme di espressione artistica, quali la scultura, gli arazzi, la grafica, e trovarvi un terreno fertile per la sperimentazione.
La scultura lo vede raccogliere oggetti diversi, quelli che colpiscono a sua immaginazione, quelli abbandonati sulle spiagge raccolti nel corso delle sue lunghe passeggiate: tronchi d’albero, contenitori, tutto può essere fonte d’ispirazione e Mirò, potendo disporre di un grandissimo studio, pone questi oggetti sul pavimento dello stesso, in attesa che la forza magnetica che da essi si sprigiona faccia sì che spontaneamente si attraggano fra di loro a comporre quella che sarà la base delle sue sculture di bronzo. E la mostra ben illustra il processo, sia virtualmente, sia con vetrine che mostrano gli oggetti che hanno composto una o più delle sculture esposte: teche contengono questi oggetti che sono stati la base della fusione in bronzo che ha portato alla scultura posta in mostra vicino ad esse.
Diventa così chiaro a tutti il procedimento utilizzato dal grande artista nella produzione delle sue sculture bronzee.
La parte virtuale è lasciata alle diverse postazioni dotate di Samsung Gear per la realtà virtuale, che permettono al visitatore della mostra di entrare nell’enorme studio di Mirò e di visitarlo da diversi punti di vista, vedendo come il maestro disponeva le varie opere a cui stava lavorando e gli oggetti da lui ritrovati che comporranno le sue sculture. Ma permette anche, ed è la parte più entusiasmante, benchè molto breve, di entrare in una delle opere pittoriche del maestro catalano.
Secondo le norme della mostra, i Gear possono essere utilizzati solo da bambini di età superiore, se non ricordo male, ai dieci o dodici anni, però è un'esperienza interessante, che i miei bimbi avevano già vissuto all'EXPO, e non vi erano limitazioni di età, nonostante l'esperienza fosse più lunga.
Qui è scattata una piccola delusione.

Fra le tante tecniche e sperimentazioni in mostra, una parte importante rivestono le numerose incisioni fatte da Mirò, che inizialmente sperimenta con l’acquatinta e l’acquaforte, tecniche già in uso, che gli permettono di riprodurre serialmente alcune opere, come nei suoi desideri per rendere più fruibile e accessibile a tutti l’arte; alla fine degli anni Sessanta introduce il metodo del carborundum o carburo di silicio, che gli permetterà di arricchire la materia e potenziare il tratto, lavorando per addizione anzichè per sottrazione, come facevano le precedenti tecniche incisorie. E ottenendo così incisioni con spessore e qualità materica che non era possibile ottenere prima. Mirò sfida così anche i condizionamenti imposti dalla tecnica perchè non siano d’ostacolo alla sua libertà di espressione, ma anzi, la amplifichino.

Nel 1957 Mirò introduce il colore nel campo della scultura.  Ciascun elemento  viene definito da un colore diverso.  Paradossalmente, come conseguenza della coloritura, tali elementi sembrano più irreali: le superfici rivide, rugosa, lisce o prose sono Siena riconoscibili sotto uno stato di come intenso. Le parti non si distinguono per la riuscirei identità in quanti oggetti? Ma sulla base del contenuto cromatico determinato dall'artista.  È una concezione pittorico  più che scultorea. E Mirò impone anche il punto di vista frontale alle sue sculture, lo stesso che ha il pittore che dipinge una sua opera.

Ovviamente il MUDEC, in occasione della mostra, offre laboratori per bambini a tema.