mercoledì 30 novembre 2016

Il Calendario dell'Avvento 2016: Calendario della Gentilezza

Stavo meditando sul calendario dell'Avvento: che cosa metterci dentro, come farlo.

Abbiamo un bel calendario dell'avvento fatto di tanti piccoli coni che si possono appendere al loro filo o in giro per casa: coni di lana cotta rossi, con i numeri verdi incollati sopra, sempre in lana cotta. Sono piccini, giusto lo spazio per una cosa piccola.
Ogni anno ci ingegniamo per riempirli con cose significative, anche regalini, ma niente di opulento o di esagerato.
Ci sono astate monetine, piccoli oggetti di cancelleria, qualche giochino buoni per momenti speciali con mamma e papà o con uno dei due in particolare.
Forse anche quest'anno ci metteremo qualche buono e qualche monetina, ma volevo anche qualcosa di non tipico, che non fossero insomma cioccolatini, caramelle, oggetti.

E finalmente mi è venuta l'illuminazione: un calendario dell'Avvento della gentilezza.

E ho scritto dei piccoli foglietti da inserirvi, legati da un bel laccetto. Vi metto i file a disposizione, se volete utilizzarli.




E Buon Avvento!

martedì 16 agosto 2016

Abbiamo visitato la meravigliosa e stupefacente mostra su Escher a Palazzo Reale a Milano

Maurits Cornelis Escher, Vincolo d’unione Aprile 1956, Litografia, 25,3x33,9 cm Collezione Giudiceandrea Federico All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company. All rights reserved www.mcescher.com

Siamo stati, i bimbi ed io, a visitare la mostra su Escher a Milano, al Palazzo Reale. In realtà la stessa mostra l'avevo vista circa un anno fa, a Bologna, dove mi ero recata per un convegno, e, approfittando dell'essere arrivata il pomeriggio prima, avevo colto l'occasione di girare a piedi per la bellissima città emiliana e per vedere questa meravigliosa mostra.

Proprio perchè l'avevo già vista, e conoscendo le opere del maestro olandese, pensavo che i bimbi sarebbero rimasti affascinati, colpiti dalle sue architetture impossibili, e così è stato.

La mostra è strutturata secondo una formula innovativa: riunisce in sè tre approcci tipici delle mostre: è contemporaneamente una rassegna di opere, e in quanto tale racconta il percorso creativo dell’artista, il suo sviluppo artistico a contatto con un’epoca in continua evoluzione; ma è anche una rassegna iconologica e iconografica, che documenta lo sviluppo di un’immagine, del rapporto fra un’opera precedente e una seguente, dello sviluppo continuo delle teorie e dei teoremi matematici ai quali Escher si richiama continuamente per la riflessione sulle sue incisioni, e delle tracce che di essi si trovano prima in un’opera per poi venire poi sviluppati ulteriormente in quella seguente, fino a pervenire al capolavoro assoluto, Metamorfosi, che riunisce tutti i passaggi in sè, tutto il percorso di idee e il loro trasformarsi in immagine nel corso degli anni di vita e lavoro di Escher. Infine, è anche una mostra di tipo biografico, che vede come protagonista l’artista e i suoi riferimenti storici, artistici e matematici.

Si tratta, dunque, di una mostra complessa, come complesso è l’insieme di problematiche presentate dal genio creativo di Escher. Ma questa complessità e questa atipicità della mostra non appartengono ai bambini, ai queli sono riservate anche delle audioguide ad hoc, con un percorso studiato per loro. Posto che, comunque, ognuno si soffermerà sull'opera che più lo affascina o che lo fa sognare. 

 
Le opere visibili al pubblico fanno parte di un’unica collezione, quella di Federico Giudiceandrea, studioso e appassionato di Escher, che è riuscito a trasformare la passione adolescenziale per questo genio creativo in una vera e incredibilmente ricca collezione di incisioni, affiancate da quelle di altri artisti con un percorso simile, come Piranesi con il suo Arco gotico, vera e propria architettura impossibile, e Luca Patella, che, partendo dall’insegnamento Duchamp, ha creato oggetti vicini alla creatività di Escher: in mostra The Wrong and the Right Bed. E chi non vorrebbe che i suoi sogni di bambino, che siano legati a un artista o al volo nello spazio o ad altre fantasie, si realizzassero? fortunato, e bravo, il collezionista!

Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è sicuramente adatto anche ai più piccoli, perchè è un artista in grado di affascinare tutti, grandi e piccini, con le sue aberrazioni e costruzioni impossibili.
La mostra si apre con una prima sezione, La formazione: l’Italia e l’Art Nuveau. Ancora studente, Escher è affascinato dalla tassellazione delle opere Liberty, ma è anche molto influenzato dal paesaggio italiano, Paese dove vive a più riprese fra il 1921 e il 1935, e dove intesse rapporti con l’avanguardia futurista di Roma, con i suoi richiami ai simbolisti e ai divisionisti, condividendo molti viaggi con l’incisore svizzero Triverio, viaggi durante i quali produsse moltissime opere.
Molte opere presenti in questa sezione sono dedicate proprio al paesaggio italiano e allo studio dei multipli in essi presenti sotto forma di rocce con strutture particolari, ad esempio, o di elementi naturali di altro tipo. 
Diciamo che dal punto di vista del bambino, è una parte interessante, ma non particolarmente eccitante, non avendosi ancora traccia di quelle strane scale, di quelle trasformazioni fantasiose e incredibili che avvengono in quadri più tardi.
 
Alla fine del 1930 Escher torna a casa depresso e con un certo senso di sconfitta dai viaggi nell’Italia meridionale: non era riuscito a vendere le sue incisioni e soffriva sia fisicamente, sia economicamente. Metteva in dubbio le proprie capacità e si chiedeva se avrebbe dovuto continuare il proprio percorso come artista o se avrebbe piuttosto dovuto dedicarsi ad altra professione.  Ma lo storico dell’arte G.J. Hoogewerff, allora direttore dell'Istituto olandese di cultura di Roma, gli suggerì di comporre un Emblemata, un insieme di massime a sfondo morale che riprendono, da un lato, la tradizione dei proverbi fiamminghi e, dall'altro, quello dei motti latini del 1531 di Andrea Albiate ad Augusta in Germania, il Liber Emblematum, nel quale i motti in latino erano accostati a immagini. Ne venne fuori un insieme di epigrammi con motti latini di quattro righe illustrati da incisioni. Lo studioso, sotto lo pseudonimo di A.E. Drijfhout,  fornì molti degli epigrammi. Sotto il proprio nome, invece, fece profondi apprezzamenti in un articolo che scrisse per fornire a Escher l’incoraggiamento necessario a proseguire con il proprio lavoro artistico. Gli emblemata della collezione sono molti e sono tutti in mostra a Palazzo Reale: si tratta di incisioni in bianco e nero, per le quali Escher usò in realtà il solo inchiostro nero, creando l’illusione del grigio tramite il variare la larghezza e la vicinanza delle linee bianche, e creando stupende ombre e luci, come nel Dado e nella Candela. Alcune delle incisioni riportano motivi che verranno poi ripresi da Escher in creazioni future, e sono spesso motivi che, attraverso la scelta delle immagini stesse o delle parole, come nel Vaso di Fiori, smentiscono i motti latini riportati. In alcuni sono molto evidenti le relazioni con Balla e con il Futurismo: basta confrontare la mano del Violinista di Balla e Acciarino o Pietra Focaia di Escher, che è il decimo Emblemata, presente in mostra.
Pochi anni dopo, nel 1936, Escher visitò l’Alhambra, a Cordova, e quella visita rinnovò in lui l’interesse per la tassellatura, già manifestato ampiamente a seguito della sua formazione art nuveau, come testimoniato dalla presenza alla mostra di Flächenschmuck di Koloman Moser (1868 - 1918) pubblicata nel 1902, sorta di prontuario delle arti applicate, punto di riferimento per il movimento Art Nuveau europeo. Escher studiò con meticolosità le decorazioni moresche che caratterizzano lo straordinario edificio spagnolo.
Sempre attento agli stimoli culturali e visivi dell'epoca, Escher non si lascia sfuggire le suggestioni che provengono dalla conoscenze dell'arte incisoria giapponese: un'arte ormai nota all'Europa fin dalla metà del diciannovesimo, ma in terra olandese già dal seicento, epoca in cui i Paesi Bassi erano la sola nazione che aveva accesso ai commerci con il Giappone. E in mostra è presente anche uno straordinario quadro del maestro Hokusai, Koshu Kajikazawa
In mostra ci sono anche due vasi, che rappresentano la Legge del Pieno e del Vuoto, e il vaso di Rubin: un caso particolare del rapporto fra pieno e vuoto, dal momento che primo sguardo il vaso è un vaso concreto, ma il vuoto ai lati si configura come la presenza di due profili umani, che sono a loro volta il pieno se si considera vuoto il vaso, come accade nei Vasi fisiognomici di Luca Patella. E c’è la possibilità di utilizzare piccoli vasi magnetici per riprodurre questo fenomeno e capirlo meglio, ad altezza adulto e bambino.
E qui c'è una prima tappa che possiamo considerare interattiva, nella quel i bambini si divertono a capire se il nero o il bianco sono viso o vaso, giocano con i magneti, li spostano, possono entrare nell'opera d'arte, in un certo senso.
 
Attraverso tutto il percorso espositivo vi sono delle "stazioni" nelle quali poter sperimentare alcune delle leggi matematiche che si vedono ritratte nei quadri di Escher, e dove poter scattare fotografie che riproducono il visitatore come se si trovasse all'interno del quadro stesso: si entra in una stanza dove volano gabbiani e i riflessi negli specchi sono mille e sembra di entrare nella camera degli specchi o nel labirinto degli specchi di certe giostre.
La terza sezione si concentra sulle superfici riflettenti e sulla struttura dello spazio: Escher è da sempre affascinato dalle superfici riflettenti e il suo primo autoritratto su specchi curvi risale al 1921. Utilizzando una sfera per riflettere i raggi che provengono da tutte le direzioni, si rappresenta tutto lo spazio intorno a sè e gli occhi dell’osservatore sono sempre al centro: la sensazione è quella dell’io al centro del mondo. Così, l’Io è, lo scrive lo stesso Escher, il protagonista indiscusso al centro del mondo che gli gravita intorno. In questa sezione la tassellatura viene a rappresentare figure piane e solide, in una varietà compositiva variegata, senza lasciare vuoti, come in Profondità del 1955, dove la tassellatura riprende la struttura degli atomi del ferro, riprendendo la passione di Escher per metalli e cristalli e per le leggi di organizzazione molecolare dello spazio. E anche questa è una sensazione che si può sperimentare, questa volta nel cortile d'ingresso del Palazzo Reale, dove ci si riflette in una sfera sostenuta da una mano e ci si può fotografare come si ritrasse Escher.
Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente, 1935, Litografia, 31,1x21,3 cm Fondazione M.C. Escher All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company The Netherlands. All rights reserved www.mcescher.com


L’opera Tre sfere I, del settembre 1945, invece, mostra ai bambini, ma anche ai grandi, la straordinaria abilità di Escher quale incisore: bisogna infatti tenere presente che l’incisione è il risultato a rovescio dell’opera dell’artista: il bianco corrisponde ai solchi incisi sulla matrice di legno, il nero a ciò che non viene inciso. Escher non lavora più solamente sulla suddivisione dello spazio in modi continui, ma anche con i paradossi geometrici: dal foglio allo spazio, si ha l’impressione che le sfere buchino il quadro, diventando tridimensionali. E' un effetto che anche i bambini riescono ad apprezzare bene.
La grafica acquisisce una plasticità tridimensionale. Ma non si accontenta nemmeno di questo, va anche alla ricerca di quei paradossi rappresentati dagli oggetti impossibili: costruzioni a prima vista del tutto verosimili, ma in realtà  irrealizzabili. Un esempio molto noto è quello delle Mani Che Disegnano, del gennaio 1948, ma anche Su e Giù, del luglio 1947, e Relatività, del luglio 1953.
Maurits Cornelis Escher, Convesso e concavo, Marzo 1955, Litografia, 27,5x33,5 cm Collezione Giudiceandrea Federico All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company. All rights reserved www.mcescher.com



Sono certamente questi i quadri che più appassionano la maggior parte dei bambini, perchè seguono le scale che non scendono e non salgono, le colonne che sembrano normali ma che non finiscono, insomma una serie di cose impossibili che, come tali, hanno il loro fascino.
 
La quarta sezione che attende il visitatore, è Metamorfosi, che prende il nome dall’opera Metamorfosi, uno dei capolavori assoluti nella sua produzione.
L’opera mostra una serie infinita di trasformazioni basate su diversi tipi di tassellature e assonanze logiche e formali che si concludono con la veduta di Atrani, il paesino della scogliera amalfitana, caro all’artista, che vi aveva trascorso il suo viaggio di nozze. Escher aveva ritratto Atrani nel 1931. 
L’ultima sezione, la quinta, è dedicata ai paradossi geometrici spostando il piano dal foglio allo spazio, per ricordare che Escher, oltre che artista, è stato anche studioso delle scienze matematiche e geometriche. 
Lo straordinario quadro Galleria di stampe, del (1956), rappresenta una raffinata versione dell’artificio “dell’immagine nell’immagine” detto anche Effetto Droste (nome che deriva dalla scatola del famoso cacao olandese) che ha attirato gli scienziati in un dibattito protrattosi per quarantasette anni, senza che si riuscisse a risolvere un problema che pareva insolubile per la sua complessità enigmatica e per il mistero sul quale la stessa opera di Escher cercava di far chiarezza.
Per capire la complessità dell’opera, e la difficoltà di risoluzione matematica dell’effetto finale, per il quale l’opera rimase incompleta, a causa della difficoltà di farla congiungere al centro, nel quale a quel punto Escher lasciò uno spazio vuoto riempiendolo con la propria firma, si pensi che il “mistero” fu risolto solo nel 2003, quando due matematici, H. Lenstra e B. DE Smit dell'Università di Leida sono riusciti a chiudere il quadro. Una rappresentazione di come avrebbe dovuto essere chiuso è riportato in Trasformazione Conforme Gestaltheorie.
E qui la sorpresa di poter diventare, grazie a un video, parte dell'immagine che muta e si chiude, in una stanzetta apposita.

L'ultima sezione si dedica alle citazioni dell’arte di Escher, come le sue scale impossibili: spezzoni di episodi animati di Mickey Mouse, nell'Apprendista Stregone, e poi dei Simpson, video di pubblicità, come quella dell’Audi del 2007 basata su stampe famose come Cascata, presenti in mostra.
Spezzoni del film fantastico Labyrinth del 1986 con David Bowie, prodotto da George Lucas, in cui si vede una scena costruita sull’immagine di Case di scale. Infine, la collaborazione con Studio lungo il percorso della mostra si trova una stanza quadrata nella quale scorrono, a diverse altezze, quattro rampe di scale. Un’installazione poetica che suggeriscce l’opera Relatività del maestro olandese, dove un universo profondo affonda sotto i piedi del visitatore. Tra le scale compaiono piccoli animali, sfuggiti alle metamorfosi escheriane, permettono, ancora una volta, di sentirsi al centro di un'opera del maestro.

Una visita che ha entusiasmato, e stancato, le due iene non più tanto piccole, eprch+ si tratta comunque di una visita piuttosto lunga.
Un'sperienza da raccomandare, comunque.

venerdì 1 luglio 2016

Mirò, la forza della materia al MUDEC di Milano con i bambini

Joan Miró Donna , 1938 Matita colorata, pastello, inchiostro di china e guazzo su carta, cm 41 x 33 Collezione privata © Successió Miró by SIAE 2016

Come forse saprete, il MUDEC, il Museo delle Culture di Milano, la cui meravigliosa collezione è visitabile gratuitamente, ospita anche mostre temporanee e laboratori dedicati ai bambini.

Noi non siamo ancora riusciti a partecipare a dei laboratori per bambini, un po' per pigrizia nell'organizzarsi per tempo e prenotare, un po' perchè sono in giorni e orari che a noi interessano poco, ma sono sicura che sarebbe un'esperienza meravigliosa.

Ma siamo recentemente stati a visitare la grande mostra dedicata a Mirò, un artista che sicuramente può piacere ai bambini per i suoi colori forti i suoi tratti alle volte infantili, legati al primitivismo, e la sua "stranezza".

Al MUDEC, per la mostra Mirò, la forza della materia, sono in mostra oltre cento opere, fra quadri e sculture.
Sono esposte in un percorso cronologico che ripercorre le tappe e l’evolversi dell’arte di Joan Mirò, con lavori della Fundaciò Joan Mirò Mirò, della collezione di famiglia dell’artista ma anche da altri prestatori europei pubblici e privati.
 
Il visitatore, all’ingresso della prima sala,  è accolto dalle note di Duke Ellington, Blues for Joan Mirò, un brano improvvisato durante una visita alla Fondation Maeght, visita nel corso della quale il musicista ebbe modo di conoscere l’artista.

L’obiettivo primario della mostra è quello di mettere in rilievo il processo di semplificazione della realtà, un processo che riportava all’arte primitiva, punto di riferimento per l’impostazione di un vocabolario di simboli originale, ma anche come strumento per raggiungere una nuova percezione della cultura materiale.

E il percorso espositivo riesce nel suo intento, anche quello di coinvolgere visitatori giovani e meno giovani, sia con l’ampia offerta di opere, sia con il percorso che illustra in odo chiaro sia la vita che l’opera dell’artista, nonchè l’intento della mostra stessa; sia con le audioguide, divise fra adulti e bambini, che vengono così guidati in modo personalizzato attraverso il mondo della materia dell’artista, con un kids’ tour, un percorso all’interno della mostra specificamente dedicato a loro, guidati da un filo, amico di Mirò.

Nei primi anni di attività artistica, Mirò, lasciandosi influenzare dagli amici poeti che si lasciavano suggestionare da parole scelte a caso, aborre la pittura come tradizionalmente concepita e sperimenta, a partire dagli anni Venti del Novecento, materiali eterodossi e insoliti, procedimenti innovativi, infrange volutamente le leggi prestabilite per raggiungere le fonti più pure dell’arte, in un processo di “assassinio della pittura”, come lui stesso proclama nel 1931, fino alla fine degli anni Quaranta. Anni che lo vedono trasferirsi prima in Francia, a causa della guerra civile spagnola, e poi tornare in Spagna, a palma di Maiorca, nel tentativo di sfuggire ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, insomma una fuga dalla violenza che incombe sull’Europa di quegli anni.
Mirò si dichiara affascinato da sempre dal pensiero, dall'arte e dalla cultura dell'estremo oriente: fin da giovane si interessa al ukiyo-e nipponici e rimane impressionato dal modo di reagire dei giapponesi davanti a una goccia d'acqua, a un sassolino, una manciata di sabbia, cose che sembrano non avete importanza. 


Il dipinto di olio su tela del 1962 in formato allungato e verticale ricorda i kakémono, dipinto o calligrafie da apprendere alle pareti dei locali in cui si svolge la cerimonia del tè.


Joan Miró Dipinto , 1962 Olio su stoffa, cm 229 x 67 Collezione privata © Successió Miró by SIAE 2016
In via del tutto generale, si può dire che Mirò usa il disegno per dare una rappresentazione dei protagonisti dei suoi lavori: spesso predomina il disegno in nero, talvolta la sottile linea grafica, sempre nera, definisce le sue donne, gli uccelli, le stelle, figure che si trovano quasi sempre nelle sue opere. In alcuni lavori, tuttavia, in netto contrasto con il segno grafico nero, la funzione rappresentativa è data dal colore, pur non rinunciando all’efficacia rappresentativa del tratto, spesso per delineare i contorni della figura, sottile sullo sfondo e negli spazi interni. Ciononostante, Mirò non rivela mai le fattezze delle sue figure, femminili e non, non crea riferimenti alla fisionomia, nè alle espressioni del viso. Abolisce il ritratto completamente, per affermare lo schema.
La pittura di Mirò è poesia, e con la poesia di fonde: parole e frasi poetiche tracciate sottilmente in nero nei suoi quadri, ma anche il colore usato come fosse poesia, tanto che Mirò stesso scrive: "È la materia che governa il tutto.  Sono contrario a qualsiasi ricerca intellettuale premeditato e morta.  Il pittore lascia come il poeta: prima viene la parola, poi il pensiero. "
Spesso Mirò ha prodotto serie di dipinti connessi fra loro, per affrontare questioni pittoriche, formulare e riformulare un problema o un’intuizione, e ottenere una pluralità di risultati, diversi ma simili, connessi fra loro. E la connessione sta spesso nelle forme, nei segni tracciati, o nei colori, ma anche nella materia, nei supporti utilizzati, come le tavole di legno, o le assi di legno coperte da carta catramata. In molti casi Mirò stesso afferma che si lascia guidare dal nero, che è il primo colore che stende, seguito dal resto, che “gli viene suggerito dai neri”.
L’importanza della materia nell’opera di Mirò fa sì che incominci a interessarsi ad altre forme di espressione artistica, quali la scultura, gli arazzi, la grafica, e trovarvi un terreno fertile per la sperimentazione.
La scultura lo vede raccogliere oggetti diversi, quelli che colpiscono a sua immaginazione, quelli abbandonati sulle spiagge raccolti nel corso delle sue lunghe passeggiate: tronchi d’albero, contenitori, tutto può essere fonte d’ispirazione e Mirò, potendo disporre di un grandissimo studio, pone questi oggetti sul pavimento dello stesso, in attesa che la forza magnetica che da essi si sprigiona faccia sì che spontaneamente si attraggano fra di loro a comporre quella che sarà la base delle sue sculture di bronzo. E la mostra ben illustra il processo, sia virtualmente, sia con vetrine che mostrano gli oggetti che hanno composto una o più delle sculture esposte: teche contengono questi oggetti che sono stati la base della fusione in bronzo che ha portato alla scultura posta in mostra vicino ad esse.
Diventa così chiaro a tutti il procedimento utilizzato dal grande artista nella produzione delle sue sculture bronzee.
La parte virtuale è lasciata alle diverse postazioni dotate di Samsung Gear per la realtà virtuale, che permettono al visitatore della mostra di entrare nell’enorme studio di Mirò e di visitarlo da diversi punti di vista, vedendo come il maestro disponeva le varie opere a cui stava lavorando e gli oggetti da lui ritrovati che comporranno le sue sculture. Ma permette anche, ed è la parte più entusiasmante, benchè molto breve, di entrare in una delle opere pittoriche del maestro catalano.
Secondo le norme della mostra, i Gear possono essere utilizzati solo da bambini di età superiore, se non ricordo male, ai dieci o dodici anni, però è un'esperienza interessante, che i miei bimbi avevano già vissuto all'EXPO, e non vi erano limitazioni di età, nonostante l'esperienza fosse più lunga.
Qui è scattata una piccola delusione.

Fra le tante tecniche e sperimentazioni in mostra, una parte importante rivestono le numerose incisioni fatte da Mirò, che inizialmente sperimenta con l’acquatinta e l’acquaforte, tecniche già in uso, che gli permettono di riprodurre serialmente alcune opere, come nei suoi desideri per rendere più fruibile e accessibile a tutti l’arte; alla fine degli anni Sessanta introduce il metodo del carborundum o carburo di silicio, che gli permetterà di arricchire la materia e potenziare il tratto, lavorando per addizione anzichè per sottrazione, come facevano le precedenti tecniche incisorie. E ottenendo così incisioni con spessore e qualità materica che non era possibile ottenere prima. Mirò sfida così anche i condizionamenti imposti dalla tecnica perchè non siano d’ostacolo alla sua libertà di espressione, ma anzi, la amplifichino.

Nel 1957 Mirò introduce il colore nel campo della scultura.  Ciascun elemento  viene definito da un colore diverso.  Paradossalmente, come conseguenza della coloritura, tali elementi sembrano più irreali: le superfici rivide, rugosa, lisce o prose sono Siena riconoscibili sotto uno stato di come intenso. Le parti non si distinguono per la riuscirei identità in quanti oggetti? Ma sulla base del contenuto cromatico determinato dall'artista.  È una concezione pittorico  più che scultorea. E Mirò impone anche il punto di vista frontale alle sue sculture, lo stesso che ha il pittore che dipinge una sua opera.

Ovviamente il MUDEC, in occasione della mostra, offre laboratori per bambini a tema.

sabato 25 giugno 2016

L'Archeopark: un'esperienza da uomini della preisotira

Con i bambini ci siamo recati poco tempo fa a visitare l'Archeopark di Darfo Boario Terme. In realtà il mini2 c'era già stato con la scuola: era stato talmente entusiasta dell'esperienza e dei laboratori fatti che aveva fatto dire al mini1 (che a sua volta era stato con noi e con la scuola al Parco della Preistoria dei dinosauri) che ci sarebbe voluto andare anche lui.

Ed era stata una promessa: ci andremo insieme. Dato il lungo weekend e il fatto che, come sempre, all'ultimo minuto ci siamo trovati a non aver prenotato nulla per Venezia, l'originaria meta, abbiamo optato per gite in giornata, tempo permettendo. E una meta papabile era proprio l'Archeopark.

Premesso che uscendo dall'autostrada a Bergamo ci vuole una vita per arrivarci, la strada è lenta ma gradevole, essendo immersa nel verde e costeggiando a tratti il lago. Una volta arrivati là abbiamo avuto la sorpresa che per loro non era un weekend lungo, quindi...niente attività per le famiglie, solo per le scuole.

Per fortuna nostra c'erano diverse classi in giro per il parco e abbiamo potuto accodarci a loro per le attività con guida, quando abbiamo desiderato farlo! L'Archeopark apparentemente è piccolo, ma offre tanti ambienti diversi da vedere e scoprire, a spasso nella preistoria, e, se si seguono anche della attività guidate, la gita diventa lunga e vale la pena.

Si passa dal Paleolitico con le sue pitture rupestri riprodotte all'interno di una caverna naturale e con i suoi rifugi da popolazioni ancora nomadi sotto a tende di pelli animali, al Neolitico, con i suoi  "villaggi" decisamente più avanzati, compatibili con una vita più sedentaria, con fattorie e addirittura un villaggio fortificato.

Nel bel mezzo del parco un laghetto che si può attraversare con due zattere a corda, oppure a bordo di piroghe a remi. Un'esperienza che consiglio, sebbene si debba fare molta attenzione a muoversi dolcemente e senza scatti per evitare il capovolgimento.







E le attività proposte ai gruppi, ma nei fine settimana anche alle famiglie, comprendono la macinatura a pietra di cereali e la cottura su pietra e fuoco di panini impastati con i cereali macinati e l'acqua; la battitura di rame per creare una ciotola; la riproduzione di disegni e segni preistorici tramite tecnica di frottage; laboratori di ceramica tiro con l'arco, ecc.
Ma anche l'uso di antichi trapani a mano e altri strumenti preistorici è illustrata e può essere sperimentata in prima persona con l'aiuto di animatori:


Una bella esperienza, e da non dimenticare, se il tempo lo permette (pioveva molto forte quando siamo ripartiti, ma anche nell'ultimo pezzo della nostra visita) che la Val Camonica è il luogo dove, in Italia, si trovano la maggior parte dei graffiti di epoca preistorica.

Ed è anche una location molto attraente in sè, anche se nelle nostre foto il cielo era grigio o bianco per via del maltempo:


venerdì 24 giugno 2016

The Floating Piers di Christo: camminare sulle acque del Sebino

Come ormai tutti nel mondo sanno, perchè l'hanno letto, l'hanno sentito alla radio, l'hanno visto in TV, per sedici giorni, dal 18 giugno al 3 luglio del 2016 (se il clima lo permette), il Lago d’Iseo viene reinventato: centomila metri quadrati di un tessuto giallo scintillante, che prende le tonalità arancioni del tramonto quando è bagnato dalle acque del lago, avvolgono un sistema modulare galleggiante di duecentoventimila cubi di polietilene ad alta densità, e dondolano al movimento delle onde, permettendo di “camminare sulle acque” del lago stesso. I visitatori diventano parte dell’opera d’arte camminandovi sopra fin dalle strette e nascoste viuzze del paese di Sulzano, anch’esse parzialmente ricoperte dallo stesso tessuto, a Monte Isola, dove una parte dell’opera si trova sulla riva, sulla passeggiata a bordo lago, fino all’Isola di San Paolo, normalmente non accessibile, nemmeno con natanti, poichè proprietà privata della famiglia Beretta, ma oggi circondata dai Floating Piers e dal loro incantevole colore. Un giallo che ricorda quello dei capelli della scomparsa Jeanne-Claude, compagna di vita di Christo, e che è un po’ il marchio di fabbrica della coppia di artisti. Un giallo che contrasta violentemente con il blu intenso e il verde scuro dei boschi che accarezzano le montagne circostanti, e che rende ben visibili da lontano i Floating Piers, che possono essere osservati anche dai sentieri che conducono a Sulzano fra gli ulivi e i boschi, ma anche dalla alture di Monte Isola e dai monti su entrambe le sponde del lago.
Prospettive sempre diverse ma affascinanti, che rendono bene la grandiosità dell’opera che può essere altrimenti apprezzata solo camminandovi sopra e constatando di prima persona quanto sia immensa.


“Come tutti i nostri progetti, The Floating Piers sono gratuiti e accessibili ventiquattr’ore al giorno, tempo permettendo,” ha affermato Christo. “Non ci sono inaugurazioni, aperture, prenotazioni, proprietari. I The Floating Piers sono un’estensione della strada e appartengono a tutti”. Mentre tutti sanno che una passerella flottante lunga tre chilometri è stata posata negli scorsi mesi per permettere di attraversare a piedi le acque del lago d’Iseo da Sulzano a Monte Isola, da Monte Isola all’Isola di San Paolo, forse non tutti sanno che il tessuto giallo oro ricopre anche ben due chilometri e mezzo di strade pedonali a Sulzano e a Peschiera Maraglio. La passerella è larga sedici metri e alta circa trentacinque centimetri, i lati sono delicatamente digradanti verso l’acqua, per imitare le normali coste e spiagge esistenti. Cristo ha affermato che “Coloro che sperimenteranno la camminata sui The Floating Piers si sentiranno come se camminassero sull’acqua o forse sulla schiena di una balena. La luce e l’acqua trasformeranno il tessuto giallo brillante in sfumature di rosso e oro per tutti i sedici giorni”. Dati tecnici a parte, l’esperienza è unica e merita la fatica di viverla. Perchè di una fatica si tratta, ma anche l’attesa e il sole, il caldo e lo sforzo per raggiungere i Floating Piers fanno parte di un’esperienza artistica totalizzante. Perchè di uno sforzo si tratta: con i bambini abbiamo percorso un totale di 25 chilometri, partendo da Iseo e tornandovi a piedi, all'andata con una deviazione imprevista, al ritorno facendo la strada pianeggiante a bordo lago che prevedevamo di percorrere anche all'andata. L’imponente organizzazione fa sì che vi siano parcheggi, navette, treni frequentissimi, traghetti da diversi punti del lago, ma la gente è davvero tanta e bisogna armarsi di pazienza e prevedere lunghe code anche solo per prendere una navetta. Per chi ha una buona forma fisica e una buona resistenza agli forzi, consigliata la via pedonale. Che non è la via lacustre, quindi pianeggiante e semplice, ma, provenendo da Iseo, si viene dirottati verso un sentiero agreste, in forte pendenza all’inizio e con una pendenza minore successivamente. Ci si trova a superare gli ulivi, e in qualche punto all’ombra di grandi alberi, ma in generale il percorso è sotto il caldo sole di giugno. Ed è lungo, molto lungo. Ma ne vale la pena, perchè la vista che offre sull’opera di Christo è mozzafiato. La visuale si apre sull’intera opera: da Sulzano a Monte Isola, da Monte Isola all’Isola di San Paolo e ritorno (due tratti separati di Floating Piers). E lo spettacolo che si para agli occhi dei visitatori include anche le differenze cromatiche fra le acque in normale movimento e quelle invece racchiuse fra due rami di galleggianti, quasi ferme e di colore decisamente diverso. Una volta giunti a Sulzano, i visitatori sono accolti dai primi metri di tessuto giallo brillante e si devono mettere in coda per accedere alle “passerelle”. Il primo tratto di queste ultime è breve: fra Sulzano e Monte Isola il braccio di lago non è amplissimo, ma anche qui le passerelle offrono il primo sentore di cammino sulle acque, o sulla schiena della balena: ondeggiano, sebbene non in modo allarmante, e la sensazione è molto diversa da quella che si prova sulle classiche passerelle che portano agli imbarchi di piccoli natanti lacustri.


Dopo un cammino attraverso il centro di Peschiera Marasino, sempre accompagnati dal luminosissimo tessuto giallo,

si arriva ai due rami più lunghi dei Piers: quelli che conducono all’Isola di San Paolo. Sono anche meno affollati del primo, perciò offrono la possibilità di godere maggiormente dell’opera e di sentirsene parte. Il consiglio è quello di percorrerli a piedi nudi: si comprenderà così che in realtà i blocchi di polietilene ad alta densità non sono duri, ma danno la sensazione di qualcosa che si deforma sotto ai piedi, benchè ricoperti di tessuto.



Se la giornata è di pieno sole, si potrà godere del forte contrasto fra il blu del cielo, il verde-blu del lago, il verde dei boschi sui fianchi delle colline e delle infinite sfumature che assume questo tessuto cangiante: dal giallo all’oro, i particolare quando colpito in pieno dal sole, e dall’arancione al rosso, soprattutto nelle zone vicine all’acqua o dove è bagnato.


 L’Isola di San Paolo, circondata dai The Floating Piers, offre un inganno visivo: sembra quasi che i Piers siano posati su terreno e invece la casa e le sue mura posano direttamente nell’acqua e i floating Piers sono solo vicinissimi alle mura: fra esse e i Piers una rete a protezione di cadute accidentali nell’acqua. Dall’Isola minore si può tornare a Monte Isola usando un altro Pier, per poi percorrere il sentiero a bordo lago anch’esso ricoperto di tessuto fino alla passerella che riporta a Sulzano da Monte Isola. Un’esperienza entusiasmante, che porta lo spettatore a calarsi nell’opera d’arte di Christo, a farne parte attiva, a renderla un’opera vivente.


Morale è un'esperienza che vi consiglio, se reggete il caldo. Purtroppo ora la chiusura notturna sarà forse permanente a causa della folla, composta, purtroppo, anche da maleducati, che non solo non riportano con sè la propria spazzatura (che cosa ci vorrà mai a riportarsi via una bottiglia di plastica vuota se si trovano tutti i cestini pieni? invece di inondare il paesino e l'isoletta di pattume?), ma, addirittura, portano con sè sulla passerella i cani lasciandovi i loro ricordini. E lo so che qui mi attirerò gli strali di molti amanti di cani, ma non mi importa: so che siete tutti bravissimi, che tutti raccogliete le loro deiezioni, ma allora perchè dobbiamo fare lo slalom sui marciapiedi per evitarle? e perchè le hanno trovate sui Floating Piers? Tutti tutti bravi? In ogni caso, sarà forse permanente la chiusura notturna: peccato perchè ci sarebbe piaciuto tornare a notte fonda, con la luna quasi piena a illuminare la scena, e attendervi l'alba dondolando sull'acqua.

sabato 2 aprile 2016

Scarpe Verdi d'Invidia, una lettura animata sul bullismo. E Paola Cortellesi nel suo monologo.


Ogni tanto ritornano...ed eccomi qui: lo so, scrivo sempre meno, ma scrivo sempre di più, perchè alle traduzioni e agli articoli per diversi giornali si è aggiunto un nuovo giornale, ulbatacc.ch Anzi, se volete dare un'occhiata al sito, ci sono i miei ultimi articoli. Si tratta in generale di articoli di cultura, eventi, mostre, ma non solo. Però sono tornata all'improvviso a scrivere qui per una coincidenza che solo il caso sa far emergere. Io ci tengo molto a questo blog, ma proprio non trovo il tempo per scrivervi tutto quello che ho accuulato nella mia mente e nelle foto per i vari post, ma appunto il caso ha voluto spingermi a farlo. Stiamo preparando a scuola due letture animate, una per le classi terze, a tema paure e mostri, una per le classi quinte. Era tanto tempo (da quando erano in terza della scuola primaria) che desideravamo proporre una lettura animata a tema bullismo, ma quest'anno ci si è presentata l'occasione di doverla scegliere, fra i tanti libri, per un episodio (ma forse anche di più) successo in una delle classi (delle altre non siamo al corrente, sebbene siano cinque, e sicuramente qualcosa di simile sarà accaduto anche nelle altre). In ogni caso per far riflettere i bambini sul tema, anche in vista del passaggio all'ordine scolastico successivo, su un tema tanto delicato. il libro che abbiamo scelto è Scarpe verdi d'invidia. Una storia per dare un calcio al bullismo. di Alberto Pellai.

Una storia tanto simile a una cosa successa nella classe, in alcuni suoi aspetti, che abbiamo modificato un pochino la trama per la nostra animazione, usando un nome femminile per la protagonista.

Il libro parla di Marco, un bambino trasferitosi da un paese sul mare a 900 km di distanza dalla città in cui è andato a vivere, felice del trasloco perchè in quella città gioca la sua squadra del cuore e ci sono stadi per la Serie A. Tutto il suo entusiasmo comincia lentamente a scemare al passare dei giorni, quando si accorge che gli altri bambini lo guardano dall'alto al basso, per poi venire smorzato bruscamente quando si accorge che alcuni bambini lo canzonano alle sue spalle rifacendo il suo accento "straniero". Il tutto peggiora fino all'esplosione quando Marco, il giorno del suo compleanno, riceve finalmente in dono le tanto sospirate scarpe verdi e le indossa a scuola con un entusiasmo gigantesco, l'emozione che segue a una lunga attesa, a un desiderio che cresce con essa e viene finalmente soddisfatto. Marco è convinto che i suoi compagni le ammireranno e invece...diventa l'oggetto di scherno di tutti. Dopo l'intervento della maestra, un lavoro settimanale di classe sulle emozioni e altri eventi per lui entusiasmanti, la situazione viene recuperata e Marco torna ad essere un bambino sereno. L'insegnamento profondo della storia è che da soli il bullismo non si crea e non si può battere, ma che ci vuole un gruppo o l'assenza di intervento del resto del gruppo per crearlo e una squadra per combatterlo e rendere tutta la classe forte e unita.

E che non si deve aver paura, timore, vergogna di parlarne con chi ci può aiutare.

Ieri sera (io non guardo mai la televisione) per puro caso, dopo che i bambini erano andati a letto, ho fatto un po' di zapping e sono capitata sulla RAI1, TV italiana, dove stava andando in onda un monologo di Paola Cortellesi. Poichè la ritengo un'ottima artista, mi sono fermata ad ascoltarlo e mi sono resa conto subito del fatto che si trattava di un monologo sul bullismo, accompagnato dalla musica suonata dal vivo e dalla canzone cantata in diretta da Marco Mengoni, Guerriero.
Un'animazione ovviamente perfetta, da artista professionista e bravissima quale è la Cortellesi, la musica calibrata al momento giusto, con le pause giuste, insomma....un'immensa fonte di ispirazione per la nostra lettura animata!

Davvero intenso, davvero bello, valeva la pena vederlo. Per chi lo avesse perso, trova il pezzo qui:

Buona visione e Buone letture a tutti!

giovedì 3 marzo 2016

Spaghetti e pomodori: la storia di un piatto tutto italiano in 4 racconti e una nota storica

Il grande, grandissimo Roberto Piumini ha scritto un libro illustrato, stato pubblicato lo scorso Novembre, per raccontare ai bambini la storia del piatto tipicamente italiano, gli Spaghetti al pomodoro, in 4 fiabe.

Lo ha presentato lo scorso 20 febbraio nel corso di un incontro riservato ai bambini della scuola primaria, e con la consueta cortesia e con la grande capacità istrionica che lo caratterizza, li ha intrattenuti leggendone loro una. Si capisce immediatamente che ha un passato di letture ad alta voce e di teatro alle spalle, perché leggere ad alta voce animando il libro non è cosa da tutti. anche se si è degli ottimi scrittori, non sempre si riesce a leggere in modo così accattivante, così interessante.

E insomma, nel suo nuovo libro Spaghetti e pomodori   racconta 4 favole, una a tema spaghetti proprio, una a tema pomodori, una a tema olio e, infine, una a tema spaghetti al pomodoro (con olio), insegnando ai bambini da dove provengono questi alimenti con origini lontane, lontanissime, sia fra loro che dall'Italia, per formare un piatto che è quasi un simbolo di italianità.

Come dire, come ha più volte ribadito, che la cultura non è a km. zero, anzi....e anche la cultura alimentare, la storia del cibo, racconta di mondi lontani, di persone diversissime fra loro, di climi, usi, costumi, colori diversi, che si incontrano per formare quello che oggi è un pezzo della cultura di un singolo Paese.

Il libro si chiude con una breve nota storica di Massimo Montanari, il più famoso storico dell'alimentazione in Europa, che racconta in termini più storici la vera storia degli spaghetti al pomodoro.

E con questo si scopre che "Cercare le proprie radici significa trovare l'altro che c'è in noi".

Un libro che a noi è piaciuto molto, così come ci è molto piaciuto ascoltare Roberto Piumini parlare di sè e del suo libro, della cultura non a km. zero e ascoltarlo nella bellissima lettura!